Sentenze

Con una recente sentenza, la Suprema Corte di Cassazione ha ribadito il principio secondo cui "L'obbligo dell'impresa di procedere all'assunzione del lavoratore disabile viene meno allorchè l'avviamento sia avvenuto per una qualifica diversa, se pure simile, a quella specificata nella sua richiesta, non potendosi addossare all'impresa richiedente la responsabilità di sopperire a tale difformità mediante indagini di fatto sulle pregresse esperienze del lavoratore e su quanto da lui riferito in sede i colloquio preassuntivo" (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, Sentenza 25 marzo 2011 n° 7007).

Secondo la Suprema Corte di Cassazione, l'avvenuto pagamento della contravvenzione stradale da parte dell'automobilista preclude qualsiasi azione in sede sia amministrativa sia giurisdizionale, anche se sotto forma di richiesta di risarcimento danni. Stabilisce infatti la Corte che "In materia di violazioni al Codice della Strada, il c.d. pagamento in misura ridotta di cui all'art. 202 C.d.S., corrispondente al minimo della sanzione comminata dalla legge, da parte di colui che è indicato nel processo verbale di contestazione come autore della violazione, implica necessariamente l'accettazione della sanzione e, quindi, il riconoscimento, da parte dello stesso, della propria responsabilità e, conseguentemente, nel sistema delineato dal legislatore anche ai fini di deflazione dei processi, la rinuncia ad esercitare il proprio diritto alla tutela amministrativa o giurisdizionale, quest'ultima esperibile immediatamente anche avverso il suddetto verbale ai sensi dell'art. 204-bis C.d.S., qualora non sia stato effettuato il suddetto pagamento. L'intervenuta acquiescenza da parte del contravventore conseguente a tale sopravvenuto rituale pagamento preclude, inoltre, allo stesso l'esercizio di eventuali pretese civilistiche, quali la condictio indebiti e l'actio damni riconducibili all'avvenuta contestatazione delle violazioni al C.d.S. pre le quali si sia proceduto a siffatto pagamento con effetto estintivo della correlata pretesa sanzionatoria amministrativa" (Cass. Civ. sentenza 26 maggio 2010 n° 12901)

Con Ordinanza del 09 dicembre scorso, il Tribunale di Napoli ha ammesso un’azione di classe (class action) ex art. 140 bis D.L. 206/2005 contro una banca per illegittimità della clausola denominata “commissione mancanza fondi”. La clausola prevedeva un versamento a carico del cliente con periodicità trimestrale in caso di esposizione debitoria del conto corrente non affidato. In particolare, la ricorrente contestava la nullità di tale clausola di “commissione mancanza fondi” sul presupposto che questa: a) violasse il disposto di cui all’art. 2 L. 2/2009, presentando caratteristiche del tutto assimilabili alla commissione di massimo scoperto;b) era stata adottata unilateralmente dalla banca attraverso il meccanismo dello jus variandi di cui all’art. 118 TUB, pur rappresentando, in violazione di quanto previsto dalle Disposizioni Banca d’Italia in materia di trasparenza, non una mera modifica delle clausole contrattuali, ma bensì integrazione ed introduzione di nuovi contenuti contrattuali.

Secondo il Tribunale di Palermo, “Deve essere inibita in via cautelare l’utilizzazione delle clausole, predisposte per regolamentare in modo uniforme i contratti d’utenza conclusi dall’azienda municipalizzata che gestisce il servizio di distribuzione dell’acqua, con cui: a) si consente all’azienda di rifiutare o revocare la fornitura per gravi motivi, che la stessa può valutare insindacabilmente; b) si prevede che l’azienda possa trattenere, sul deposito cauzionale, quanto le spetta per crediti maturati verso l’utente a qualsiasi titolo; c) si consente all’azienda di procrastinare indefinitamente l’attivazione della presa d’acqua; d) si prevede la risoluzione del contratto per l’infrazione di qualsiasi clausola in esso contenuta; e) si prevede che il gestore non risponda dei danni conseguenti all’interruzione del flusso dell’acqua o alla riduzione di pressione, da qualsiasi causa tali fenomeni siano provocati; f) 1) si prevede, a carico dell’utente, l’obbligo di pagare il corrispettivo con le modalità indicate nelle bollette e nelle fatture; 2) si impedisce all’utente l’esperimento dell’azione risarcitoria nelle ipotesi in cui l’azienda disponga l’interruzione della fornitura a seguito di inadempimenti non gravi; g) si attribuisce all’azienda la facoltà di limitare la portata massima istantanea erogabile attraverso il contatore, senza indicare le condizioni che ne giustificano l’esercizio; h) si prevede che, in caso di guasto del contatore, ed in mancanza di riferimento a consumi precedenti, il consumo possa essere determinato dall’azienda sulla base di accertamenti tecnici e criteri insindacabili; i) si consente all’azienda di modificare le disposizioni del regolamento per la distribuzione dell’acqua, semplicemente dandone comunicazione sull’albo aziendale; j) si pone a carico dell’utente ogni onere presente e futuro inerente alla fornitura, anche se non espressamente indicato nel contratto e sopravvenuto nel corso del rapporto”.

Secondo la Suprema Corte di Cassazione "Si configura la responsabilità del datore di lavoro (nella specie anche proprietario dell'unità immobiliare nella quale si eseguivano lavori edili), per aver consentito di lavorare su un ponteggio del tutto difforme rispetto alle prescrizioni sotto diversi profili tecnici e soprattutto perchè privo di parapetti atti ad impedire la precipitazione al suolo. Sicchè, sussiste la responsabilità del datore di lavoro, in ordine al reato di cui all'articolo 590 c.p. in violazione delle norme sulla sicurezza del lavoro e il conseguente risarcimento del danno in favore della parte civile" (Corte di Cass., Sez. 4 penale, sentenza 17 gennaio 2012, n° 1431)

Secondo la Sezione Lavoro della Cassazione, la natura di lavoro "a contratto" o "a progetto" non può essere sostenuta laddove l'azienda ponga in essere, nello svolgimento del rapporto di lavoro, un controllo particolarmente accentuato ed invasivo. Nello specifico, risultava provato che l'attività si svolgeva all'interno dei locali aziendali e che la lavoratrice doveva coordinarsi con le esigenze organizzative aziendali, per cui era pienamente inserita nell'organizzazione della società, utilizzando strumenti e mezzi di quest'ultima senza alcun rischio d'impresa. Non solo, l'attività era sottoposta ad istruzioni specifiche, sia nell'ambito di briefing finalizzati a fornire informazioni e specifiche in merito alle prestazioni contrattuali, sia anche con puntuali ordini di servizio, sia a seguito dell'intervento dell'assistente di sala. I centralinisti erano obbligati ad utilizzare un linguaggio appropriato ai contenuti dell'attività professionale con padronanza di dialogo, capacità di persuadere e massima cortesia nei confronti dell'utenza; si trattava, pertanto, di indicazioni che denotavano un generale obbligo di coordinamento con le esigenze aziendali. Si aveva complessivamente, dunque, un controllo particolarmente accentuato ed invasivo, non usuale neppure per la maggior parte dei rapporti subordinati esistenti e quindi inconciliabile con il rapporto autonomo. e, in questo contesto, è stato considerato ininfluente il fatto che la lavoratrice potesse non osservare un preciso orario di lavoro nella fornitura delle sue sei ore di prestazione per sei giorni a settimana.

(Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, sentenza 21 marzo 2012 n. 4476)

Nel caso in cui non possa essere accertata la guida in stato di ebbrezza del conducente perchè non si sottopone all'alcool test e non sia possibile stabilire con precisione, con qualsiasi altro mezzo, se il tasso alcolemico sia superiore a 0,8 g/l, il trasgressore dovrà ritenersi responsabile, in base al principio del favor rei, dell'ipotesi meno grave, ormai depenalizzata. Questo è quanto stabilito dalla Suprema Corte, sezione quarta penale, con la sentenza del 14 maggio 2012, n. 18134 la quale ha annullato senza rinvio la sentenza impugnata poiché, nel caso concreto, gli elementi sintomatici non permettevano di individuare un preciso grado di etilemia e, successivamente all'addebito del rifiuto di sottoporsi all'alcool test, trovava applicazione la legge più favorevole al reo che configurava la fattispecie come semplice illecito amministrativo.

Secondo la Cassazione "Nel caso in cui le infiltrazioni di acqua all'interno di un appartamento provengano da una braga che funga da raccordo tra le tubazioni di scarico verticale e le diramazioni dei singoli appartamenti, e per di più indipendentemente dall'utilizzo degli scarichi nei singoli appartamenti, sorge in capo al condominio una obbligazione risarcitoria in favore dei proprietari dell'appartmento colpito da umidità ed infiltrazioni d'acqua"

(Cass. civ. Sez. II, Ord. 19.01.2012, n. 778)