Sentenze

Secondo la Cassazione "Costituisce danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell'art. 2059 c.c., integrando una sofferenza di particolare gravità e idonea a compromettere lo svolgimento della relazione affettiva, il danno psichico subito in via riflessa dagli stretti congiunti di una paziente che abbia sviluppato uno stato depressivo a causa di un'erronea diagnosi di malattia mortale con breve aspettativa di vita, con conseguente intervento chirurgico superfluamente distruttivo"

(Cass. civ., Sez. III, Sent. 04.06.2013, n. 14040)

Interessante sentenza della cassazione sugli effetti del concorso di colpa tra conducente e passeggero nel caso di sinistro stradale che causi danno al passeggero privo delle cinture di sicurezza.

"Una volta accertato il concorso degli apporti causali tra le condotte del danneggiante e del danneggaito nell'eziologia dell'evento dannoso, ai fini della determinazione della riduzione del risarcimento del danno in caso di accertato concorso colposo tra danneggainte e danneggiato in materia di responsabilità extracontrattuale, occorre - ai sensi dell'art. 1227, co. 1 c.c. - fare riferimento sia alla gravità della colpa che all'entità delle conseguenze che ne sono derivate.

In particolare, la valutazione dell'elemento della gravità della colpa deve essere rapportato alla misura della diligenza violata e, solo se non sia possibile provare le diverse entità degli apporti causali tra danneggainte e danneggiato nella realizzazione dell'evento dannoso, il giudice può avvalersi del principio generale di cui all'art. 2055, ultimo comma c.c., ossia della presunzione di pari concorso di colpa, rimanendo esclusa la possibilità di fare ricorso al criterio equitativo (previsto dall'art. 1226 c.c. e richiamato dall'art. 2056 c.c.), il quale può essere adottato solo in sede di liquidazione del danno ma non per la determinazione delle singole colpe"

(Cass. civ. Sez. III, Sent. 03.04.2014, n. 7777)

"Nel procedimento disciplinare a carico di sanitari, la preventiva contestazione dell'addebito deve riguardare anche la recidiva, malgrado il d.P.R. 5 aprile 1950, n. 221 non lo preveda, in quanto il principio della necessaria correlazione tra l'addebito contestato e la decisione, stabilito dall'art. 552 c.p.p., si applica in tutti i procedimenti sanzionatori, quale corollario dei principi di garanzia della difesa e del contraddittorio"

(Cassaz. civ., Sez. II, Sent. 27.03.2014, n. 7282)

La motivazione del giudizio di verifica della congruità di un'offerta anomala deve essere rigorosa ed analitica soltanto nel caso di giudizio negativo, mentre nel caso di giudizio positivo non è necessario che la relativa determinazione sia fondata su un'articolata motivazione ripetitiva delle medesime giustificazioni ritenute accettabili, essendo sufficiente anche una motivazione per relationem alle stesse giustificazioni presentate dal concorrente sottoposto al relativo obbligo.

Infatti, poichè le valutazioni di carattere tecnico discrezionale che la commissione è chiamata ad effettuare in tale sede sono volte ad accertare l'attendibilità o inattendibilità dell'offerta nel suo complesso, una più articolata motivazione di congruità dell'offerta anomala si giustifica soltanto nei casi in cui venga riscontrata la palese scorrettezza dell'operazione tecnica.

(Tar Sardegna-Cagliari, Sez. I, Sent. 17.06.2014, n. 461)

In tema di licenziamento del dirigente per ristrutturazione aziendale, una recente sentenza della Cassazione stabilisce quanto segue:

"Il rapporto di lavoro del dirigente non è assoggettato alle norme limitative dei licenziamenti individuali di cui alla L. n. 604 del 1966, artt. 1 e 3 e la nozione di "giustificatezza" del licenziamento del dirigente, posta dalla contrattazione collettiva di settore, non coincide con quella di giustificato motivo di licenziamento contemplata dalla stessa L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 3. Dunque la giustificazione del recessod el datore di lavoro non deve necessariamente coincidere con l'impossibilità della continuazione del rapporto o con una situazione di grave crisi aziendale tale da rendere impossibile o particolarmente onerosa tale prosecuzione, posto che il principio di correttezza e buona fede, che costituisce il parametro su cui misurare la legittimità del licenziamento, deve essere coordinato con quello della libertà di iniziativa economica, garantita dall'art. 41 della Cost., che verrebbe radicalmente negata, ove si impedisse all'imprenditore, a fronte di razionali e non arbitrarie ristrutturazioni aziendali, di scegliere discrezionalmente le persone idonee a collaborare con lui ai più alti livelli di gestione dell'impresa.

Poichè, dunque, il licenziamento del dirigente non richiede necessariamente un giustificato motivo oggettivo, esso è consentito in tutti i casi in cui sia stato adottato in funzione di una ristrutturazione aziendale dettata da acelte imprenditoriali non arbitrarie, non pretestuose e non persecutorie"

(Cass. civ., Sez. lavoro, Sent. 19.06.2014, n. 13958)

Secondo la Suprema Corte di Cassazione "Ai fini della tutela prevista dalla L. n. 297 del 1982 in favore del lavoratore, per il pagamento del t.f.r. in caso di insolvenza del datore di lavoro, quest'ultimo, se è assoggettabile a fallimento, ma in concreto non può essere dichiarato fallito per la esiguità del credito azionato, va considerato non soggetto a fallimento, e pertanto opera la disposizione dell'art. 2, co. 5, della predetta Legge, secondo cui il lavoratore può conseguire le prestazioni del Fondo di garanzia costituito presso l'INPS alle condizioni previste dal comma stesso, essendo sufficiente, in particolare, che il lavoratore abbia esperito infruttuosamente una procedura di esecuzione, salvo che risultino in atti altre circostanze le quali dimostrino che esistono altri beni aggredibili con l'azione esecutiva"

(Cass. civ., Sez. Lavoro, Sent. 04.07.2014, n. 15369)

Il Tribunale di Venezia, con Ordinanza 18 marzo 2014 emessa in un procedimento di reclamo per sospensione di delibere assembleari, applica alcuni importanti principi:

1) chiarisce l'ambito del sindacato del Giudice investito del potere di sospensione delle delibere assembleari condominiali, dettando il principio (invero poco applicato) secondo cui il sindacato dell'autorità giudiziaria sulle delibere delle assemblee condominiali non può estendersi alla valutazione del merito ed al controllo del potere discrezionale che l'assemblea esercita quale organo sovrano della volontà dei condomini, ma deve limitarsi al riscontro della legittimità (Cass. Sez. 2, Sentenza n. 10199 del 20/6/2012). Pertanto, nella fattispecie in esame rimane preclusa al Giudicante ogni valutazione in ordine all'opportunità ed alla congruità delle opere deliberate dall'assemblea, dovendo in questa sede solamente valutarsi, sotto il profilo del fumus boni iuris, l'intervenuta lesione o meno di diritti individuali del singolo condomino, quali lamentati dalla reclamante;

2) chiarisce che i poteri del condominio (...) possono essere esercitati solamente su parti comuni, ma non anche sulle parti dell'immobile di esclusiva proprietà del singolo condomino. Pertanto, l'assemblea dei condomini non può decidere l'esecuzione di lavori su parti dell'edificio che sono di un singolo condomino senza il consenso di questi, e, pertanto, la delibera con la quale, senza il consenso del proprietario esclusivo, viene approvata l'esecuzione di lavori che incidono sulla proprietà individuale è affetta da nullità assoluta (v. ad es. Cass. Sez. 2, Sentenza n. 13116 del 30/12/1997). Precisa, sul tema, che la nullità sussiste anche i lavori appaiano necessari ed urgenti perché, se manca il consenso del proprietario esclusivo, la valutazione delle condizioni che giustificano l'intervento del condominio sulle parti di proprietà di un singolo condomino non può essere rimessa ad una delle parti interessate, ma deve formare oggetto di apposito giudizio (v. anche sent. Tribunale di Roma 22/5/2012 agli atti);

3) chiarisce che i requisiti per la concessione del provvedimento cautelare di sospensione di una delibera assembleare condominiale (dottrina e giurisprudenza oscillano tra il richiamo ai requisiti richiesti dall'art. 700 c.p.c. e la previsione di cui all'art. 2378 c.c. in tema di procedimento per l'annullamento delle delibere dell'assemblea delle società di capitali) vanno ricavati dall'art. 2378 com. IV c.c., accertando se all'esito di una valutazione comparativa, (...) il pregiudizio patito dal ricorrente in caso di mancata sospensione della delibera risulterebbe maggiore di quello subito dalla società in caso di sospensione della stessa. Quindi, in materia condominiale, ricorrerebbero le condizioni per la concessione della tutela invocata non già in presenza di un pregiudizio irreparabile, quale quello richiesto dall'art. 700 c.p.c., ma in ragione di un danno ingiusto purché di intensità tale da sopravanzare le opposte ragioni del condominio alla conservazione dell'efficacia della delibera. Più precisamente, maggiore sarà l'incidenza della sospensione sulla gestione della cosa comune, tanto più grave dovrà essere il pregiudizio lamentato dalle parti ricorrenti. Al contrario, laddove la sospensiva non dovesse in alcun modo compromettere la predetta gestione, la cautela potrebbe essere concessa sulla scorta di un qualsiasi pregiudizio, anche di natura patrimoniale purché “ingiusto”.

La legge prevede una serie di tutele per il caso in cui il datore di lavoro non corrisponda lo stipendio con regolarità e puntualità.

La prima cosa da fare è E NON QUIETANZARE la busta paga, cioè non firmarla oppure, se il datore di lavoro insiste, firmarla con la dicitura "per ricevuta e presa visione".

Successivamente, occorrerà sollecitare il datore di lavoro al pagamento con una raccomandata di messa in mora ai sensi dell'art. 1219 del codice civile.

Se anche la lettera di messa in mora non sortisce alcun effetto, il lavoratore potrà rivolgersi alla Direzione Territoriale del Lavoro (DTL) per chiedere un tentativo di conciliazione facoltativo oppure una conciliazione monocratica.

Se il lavoratore ha una prova scritta del proprio credito (in genere, la busta paga non quietanzata) può richiedere ed ottenere dal Tribunale del Lavoro, per il tramite di un avvocato, un decreto ingiuntivo; in caso contrario, può instaurare una causa ordinaria.

Se il lavoratore non ottiene il pagamento dello stipendio, è suo diritto dimettersi in qualsiasi momento, senza dare il preavviso, ma comunque inviandone comunicazione e specificando la "giusta causa" del recesso (il mancato pagamento della busta paga). In tal caso, anche se non è stato il datore di lavoro a disporre il licenziamento, il dipendente può comunque usufruire del contributo di disoccupazione (in quanto l'interruzione del rapporto di lavoro è avvenuta per causa a lui non imputabile).